Questo post è stato pubblicato il 24 Giugno 2009 alle 16:36 ed è archiviato in Uncategorized . Puoi seguire i commenti a questo post con il feed RSS 2.0.
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Una Risposta a “giornalismo 2.0 – Roots of a family – by Gianmarco Maraviglia”
Finalmente ho potuto guardare il video con la calma che merita. E’ bellissimo e commovente, e lascia l’amaro in bocca per tante ragioni. Ieri cinque eritrei stremati da una traversata inumana giungono in fin di vita a Lampedusa e la legge impone ai magistrati di incriminarli dell’inedito reato di clandestinità. Oggi guardo questo video e trovo certe suggestioni che mi ricordano in modo inequivocabile le mie radici, che non sono in Romania bensì nell’Italia centrale, e tuttavia si presentano con le stesse immagini, gli stessi volti, gli stessi (nel video non li sento, ma ne sono certo) suoni e profumi. Cinquant’anni fa, mi dicono, coloro che venivano dalla terra dove affondano le mie radici, a Milano erano considerati persone non grate. Oggi, finalmente compiuto il doloroso (per entrambe le parti) e inevitabile processo d’integrazione, è la volta di ascrivere alla categoria “persona non grata” nuove etnie, nuove culture e nuovi volti, anche se uguali ai nostri. Noi fummo da secoli calpesti e derisi/perché non siam popolo, perché siam divisi: siamo in grado di trovare l’unione – come fatalmente accade quasi ovunque – solo in presenza d’un nemico. Poco importa che siano in undici e indossino maglie di colore diverso dalle nostre, o che siano in alcune migliaia, abbiano le stesse facce e aspirino alle stesse cose cui aspiravano i nostri nonni.
23 Agosto 2009 a 19:54
Finalmente ho potuto guardare il video con la calma che merita. E’ bellissimo e commovente, e lascia l’amaro in bocca per tante ragioni. Ieri cinque eritrei stremati da una traversata inumana giungono in fin di vita a Lampedusa e la legge impone ai magistrati di incriminarli dell’inedito reato di clandestinità. Oggi guardo questo video e trovo certe suggestioni che mi ricordano in modo inequivocabile le mie radici, che non sono in Romania bensì nell’Italia centrale, e tuttavia si presentano con le stesse immagini, gli stessi volti, gli stessi (nel video non li sento, ma ne sono certo) suoni e profumi. Cinquant’anni fa, mi dicono, coloro che venivano dalla terra dove affondano le mie radici, a Milano erano considerati persone non grate. Oggi, finalmente compiuto il doloroso (per entrambe le parti) e inevitabile processo d’integrazione, è la volta di ascrivere alla categoria “persona non grata” nuove etnie, nuove culture e nuovi volti, anche se uguali ai nostri. Noi fummo da secoli calpesti e derisi/perché non siam popolo, perché siam divisi: siamo in grado di trovare l’unione – come fatalmente accade quasi ovunque – solo in presenza d’un nemico. Poco importa che siano in undici e indossino maglie di colore diverso dalle nostre, o che siano in alcune migliaia, abbiano le stesse facce e aspirino alle stesse cose cui aspiravano i nostri nonni.